Bluewago è stata la prima uscita dal mercato

La prima piattaforma per la condivisione di esperienze in barca a vela che ha chiuso i battenti è stata Bluewago, partita nel 2013 come Barcheyacht con un fondo di dotazione garantito dal MISE di 150.000 euro ed il sostegno di un incubatore dell’Area Science Park di Trieste.

Nel 2014, primo anno di attività, i ricavi furono ovviamente modesti e pari circa 7 mila euro. Ma i costi di esercizio superarono i 185 mila euro. Si può comprendere, potremmo dire, per una start-up che si deve organizzare e farsi conoscere. Infatti l’anno successivo i ricavi salirono a 51 mila euro di commissioni sugli imbarchi realizzati nel periodo. Ma purtroppo anche i costi operativi aumentarono alla cifra di 406 mila euro.

Posso immaginare, senza dare ovviamente nessun giudizio, che ci fosse un problema strutturale di eccessiva onerosità e che una soluzione andasse in qualche misura ricercata. Infatti nel corso del 2015 il fondatore vende la società ad un tour operator, che evidentemente si era convinto della possibilità di sviluppare il business.

Purtroppo le cose non sono andate così, perché alla fine del 2016 Bluewago è stata messa in liquidazione chiudendo l’esercizio con ricavi per 151 mila euro e costi per 444 mila euro. Il bilancio evidenzia un’ulteriore perdita civilistica di 291 mila euro che sommata alle perdite precedenti porta ad un totale di 735 mila di perdite.

Tenuto conto dei ricavi realizzati nel triennio e dei costi capitalizzati per gli investimenti informatici, l’avventura Bluewago si è conclusa con un deficit complessivo di circa 800 mila euro.

Boatbound viene ceduta e inglobata in Boatsetter

Il primo esempio di boat sharing che io ricordi a livello internazionale è stato Boatbound. La loro storia è tutta americana, con i fondatori che “pivotano” (non so se si può dire …) la strategia di un’altra start-up che avevano fondato, avviano il primo peer-to-peer boat rental marketplace negli USA e per farlo bene assumono anche il primo dipendente di Airbnb come consulente.

I dati di bilancio di Boatbound non sono disponibili, per cui non si può sapere che ricavi hanno fatto e quali costi sostenuto. Ma su Crunchbase su può vedere che hanno ricevuto (beati loro …) finanziamenti in capitale di rischio per ben 5 milioni di dollari. Il primo milione nel 2013, poi oltre 3 milioni nel 2014 e quasi un altro milione nel 2015. La società si era stabilita a San Francisco ed i soci dichiaravano di non avere fretta di acquisire l’inventario delle barche da noleggiare.

Ma poi ci fu un primo segnale nel 2016, quando Boatbound si trasferì a Seattle per ragioni di costi. La cosa mi fece pensare che probabilmente non si trattava solo del costo degli affitti nella Baia ma anche di qualche investitore forse desideroso di vedere un ritorno economico.

Ed infatti nel 2017 la società è stata ceduta al concorrente Boatsetter, che operava nella sola area della Florida ma che, soprattutto, aveva raccolto capitali per oltre 17 milioni di dollari. Ora il sito web è unificato ed offre possibilità di noleggio di oltre 20.000 barche a motore e a vela in più di 2.000 località. Ma Boatbound non esiste più …

Incrediblue diventa la divisione lusso di Nautal

E’ sempre stato il più bel sito del settore ! I fondatori di Incrediblue hanno veramente saputo fare la differenza nel design delle pagine, nell’eleganza generale del sito e nella bellezza delle foto. Incrediblue nasce nel 2013 in Grecia, da tre ragazzi che da subito fissano la sede legale a Londra.

In un primo tempo sembra che il sito diventi qualcosa di promettente nel peer to peer delle barche a vela. Poi cambia strategia un paio di volte. La raccolta fondi è stata di 800 mila euro ricevuti nel primo anno a cui seguì un secondo round da 1.8 milioni di euro. Ma evidentemente non è bastato per mantenere l’indipendenza e nel gennaio 2018 sono stati acquistati dagli spagnoli di Nautal.

Il sito in questo caso è stato mantenuto come divisione di charter lusso sia a motore che a vela.

Rassegna stampa: Sector Maritimo | Greek Reporter 

Anche Antlos cede le sue attività a Sailogy

Sempre nel gennaio 2018 avviene anche la cessione delle attività di Antlos alla italo-svizzera Sailogy. La start-up di Roncade (TV) si è sviluppata in H-Farm, uno dei più prestigiosi incubatori italiani, con una raccolta fondi di circa 1 milione di euro.

Nel 2015, suo primo anno di attività, i ricavi sono di poche migliaia di euro con costi di produzione pari a 321 mila euro. Nel 2016 i ricavi si attestano a 123 mila euro ma i costi raggiungono 481 mila euro. Il bilancio di esercizio 2017 vede un calo dei ricavi a 76 mila euro con un totale costi di 415 mila euro.

Il patrimonio finale è ancora positivo ma evidentemente il trend di crescita non ha convinto i soci sull’opportunità di proseguire l’attività.

Assestamenti di mercato o problemi nel modello ?

In tutti i nuovi settori economici, ed a maggior ragione in quelli più innovativi, è normale assistere ad una iniziale proliferazione di una moltitudine di imprese. Poi, con la crescita delle varie organizzazioni, è altrettanto normale vedere emergere le imprese migliori, che hanno saputo muoversi più in fretta e raggiungere dimensioni e volumi d’affari tali da potere avviare processi di aggregazione di realtà più piccole.

Tuttavia nello specifico settore del charter nautico digitale ciò che sino ad ora abbiamo visto è stata la fusione di alcune start-up evidentemente non profittevoli in altre start-up che probabilmente non hanno raggiunto neanche loro un punto di pareggio. La domanda che sorge spontanea, soprattutto da parte di chi, come me, ha vissuto in prima persona l’esperienza di lancio di un marketplace peer-to-peer dedicato alle esperienze in barca a vela, è se si tratta di semplici assestamenti di mercato o se invece siamo di fronte ad un tema più ampio di sostenibilità del modello economico perseguito.

Non è questo il contesto in cui fare un’analisi del business model, a cui magari potremo dedicare un articolo in futuro, ma la crescita dei leader di settore appare ancora fortemente condizionata dalle risorse finanziarie disponibili più che dalla capacità di creare valore sia per gli aspiranti velisti (o vacanzieri del mare …) che per gli armatori, privati o professionali, che utilizzano i servizi delle varie piattaforme.

La mia sensazione, di certo condizionata dai tanti anni spesi professionalmente tra contabilità, amministrazione e finanza aziendale, è che sinora nessuno sia riuscito ad impostare la propria organizzazione ed attività in modo tale da garantire una crescita aziendale organica costante e profittevole. E per tutti sono oramai trascorsi almeno quattro o cinque anni dalla fase di start-up vera e propria, ragione per cui sarebbe tempo di dimostrare che l’Airbnb delle barche a vela può davvero esistere.