Poca burocrazia per le piccole barche.

Il possesso della barca a vela non immatricolata continua ad avere una certa attrazione per gli italiani. Si tratta come sappiamo di una fattispecie tutta nostrana, quella del “natante da diporto” che è definito dal Codice della Nautica (D. Lgs. 171 del 2005) come

“ogni unità a remi ovvero con scafo di lunghezza pari o inferiore a dieci metri, misurata secondo la norma armonizzata di cui alla lettera  c),  con  esclusione  delle moto d’acqua”.

La disciplina del natante è dettata dall’art. 27 c.1 del Codice della Nautica, che lo esclude da ben 3 obblighi:

  • nessuna iscrizione nell’ ATCN (archivio telematico centrale delle unità da diporto),
  • nessuna licenza di navigazione e
  • nessun certificato di sicurezza.

Un bel sollievo burocratico per tutte le piccole barche che sono considerate ai fini amministrativi come dei “beni mobili non registrati”, al pari di una bicicletta o di un monopattino. Il possesso del bene, in questo caso della barca, ne prova la proprietà.

Certo appare logico che anche per il legislatore non ci debbano essere documenti o procedure particolari da seguire per chi acquista, possiede o vende una barca a remi, un gommone o una barca a vela carrellabile (sino a 7 metri di lunghezza, ndr).

Ma la norma si estende, inopportunamente a mio avviso, sino alle barche di 10 metri di lunghezza.

Il caso della barca a vela di 10 metri

Se pensiamo ad una barca a vela, nella misura dei 10 metri abbiamo generalmente scafi che sono in grado di affrontare condizioni meteo marine impegnative, dotate di una buona abitabilità per 4/6 persone, dai costi d’acquisto e mantenimento significativi ed utilizzate in genere sia per navigazioni lungo costa che d’altura (non fosse altro per le vacanze estive nei nostri mari sino alle coste limitrofe, dalla Croazia alla Grecia, dalla Francia alla Corsica).

Queste imbarcazioni, costruite per navigare anche al di fuori delle acque territoriali, se non sono immatricolate assumono uno status, quello di natante, che è una peculiarità del nostro paese e un’anomalia negli altri Stati UE ed Extra UE.

Il possesso di un natante, se per la legge italiana non richiede alcuna prova della proprietà, non permette ovviamente di darne prova nemmeno nei confronti delle autorità straniere quando si naviga nelle loro acque nazionali. Sono ben note le vicende di parecchi anni orsono che avevano portato al sequestro di molti natanti italiani da parte della autorità francesi. Solo un accordo tra le amministrazioni nazionali permise di giungere ad un compromesso, tra paesi UE che dovrebbero avere normative armonizzate, basato sulla possibilità di esibire la polizza assicurativa intestata al conduttore come prova della proprietà.

E’ invece un caso molto più recente quello della Slovenia. Come riportato dalla rivista BolinaDal 15 luglio scatta lo stop alla navigazione in acque slovene per le unità italiane non immatricolate. Per i trasgressori multe fino a 500 euro”. In quel paese c’è l’obbligo di registrare tutte le barche sopra i 3 metri di lunghezza e le autorità hanno giustamente deciso, dopo alcuni incidenti in mare con natanti italiani di cui è stato problematica individuare i proprietari, di abbandonare ogni tolleranza.

Ma la domanda a questo punto viene spontanea. Che ci fanno dei natanti a vela italiani in acque straniere ? non esistono dei limiti di navigazione per i natanti se si tratta di una fattispecie solo italiana ?

I natanti a vela in acque internazionali

E qui dobbiamo tornare ad esaminare il Codice della Nautica, che all’art. 27 disciplina la questione facendo un distinguo tra i natanti senza marcatura CE e quelli con marcatura CE.

Al comma 3 viene detto che se il natante non ha la marcatura CE, e quindi non sono note le caratteristiche costruttive, il limite di navigazione dalla costa è fissato entro 6 miglia. Tuttavia, se il natante senza marcatura CE è dotato di un certificato di omologazione senza limiti, potrà navigare entro le 12 miglia (operando quindi un primo distinguo tra la capacità tecnica di navigabilità della barca e la capacità giuridica di compiere talune navigazioni).

Al comma 4 viene disciplinato il caso dei natanti con marcatura CE (la quasi totalità delle barche più recenti), per i quali si dice che in ogni caso sono idonei a navigare entro le 12 miglia e che, in aggiunta a questa possibilità, possono navigare secondo i limiti previsti dalla categoria di progetto di appartenenza, ovvero secondo le condizioni meteo marine. E qui inizia la confusione …

Riporto il testo originale dell’articolo: “I natanti provvisti di marcatura CE possono navigare nei limiti stabiliti dalla categoria di progettazione di appartenenza di cui all’allegato I del decreto legislativo 11 gennaio 2016, n.  5, e, comunque, entro dodici miglia dalla costa.”

Innanzitutto occorre capire per quale ragione il legislatore abbia messo assieme “mele e pere” nello stesso articolo in cui indica sia una distanza dalla costa (le 12 miglia) che le condizioni del vento e del mare (Scala Beaufort e altezza d’onda significativa). Ma per farlo è necessario ricordare che le 12 miglia rappresentano il limite delle acque territoriali. E quindi il limite entro cui il nostro Paese può emanare delle norme di legge.

Quindi un natante marcato CE in categoria A (forza del vento superiore a 8 e altezza d’onda oltre i 4 metri) può navigare entro le 12 miglia con ogni condizione meteo marina, mentre un natante marcato CE in categoria B (forza del vento sino a 8 e altezza d’onda sino a 4 metri) dovrà mettersi al riparo nell’approdo più vicino se il vento o il mare superano i limiti della categoria B.

Ma cosa accade se, anche in condizioni meteo marine calme, un natante naviga oltre le 12 miglia?

L’applicazione del Diritto del Mare

Il Codice della Nautica non ne parla, ma c’è un rinvio alle leggi internazionali per tutti gli aspetti non disciplinati dalla normativa italiana. E qui il riferimento è quello alla Convenzione sul Diritto del Mare di Montego Bay del 1982 (recepita dall’Italia nel 1994) che prevede il riconoscimento della “nazionalità delle navi” in acque internazionali.

Tale riconoscimento è possibile solo per chi batte bandiera di una nazione, ha documenti di bordo e chiari elementi di identificazione. Certamente un natante, che non possiede alcun elemento di individuazione, non batte bandiera italiana e non ha documenti di identificazione, si espone al rischio di essere fermato in acque internazionali da navi militari di qualsiasi nazione e di essere accompagnato al primo approdo per gli accertamenti ritenuti necessari. Senza dimenticare che in questi casi si applicano le leggi e le sanzioni della nazione della nave che ha effettuato il fermo.

Uno sguardo alla polizza assicurativa

Un ultimo aspetto da tenere in seria considerazione da parte di tutti i possessori di natanti della massima misura consentita è quello dell’assicurazione. Poiché la navigazione oltre le 12 miglia con un natante non è ammessa dalle norme internazionali, in caso di incidente in mare sarà difficile che l’assicurazione risponda dei danni. Per chi nonostante tutto si trovasse in una simile situazione sarebbe opportuno valutare bene tutte le clausole di polizza o rivolgersi ad un broker assicurativo.


In conclusione, date le recenti modifiche al Codice della Nautica è del tutto preclusa ai natanti la possibilità di navigare oltre le 12 miglia dalla costa. Se il problema non si pone per i natanti di più piccole dimensioni, nel caso delle barche di 10 metri ritengo che si debbano valutare con una certa attenzione i pro e contro della scelta di mantenere lo status di natante. Le limitazioni per chi vuole navigare in libertà sono tante e si accompagnano a concreti rischi di sanzioni e, nei casi più gravi, di sequestro dell’imbarcazione da parte di autorità straniere.